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Gruppi di indigeni abitarono queste contrade; i monti dell'Irpinia si stagliavano nettamente ed offrivano possibilità di rifugio per sfuggire le fiere; le colline si allinevano in file incalzanti, come onde elevantesi dalle pianure costiere: ruscelli sassosi si aprivano un varco tra colline e valloni. E prima? Diciamocelo con i versi del Pascoli:
L'Italia era vulcani, era deserti,
non c'erano i pensosi uomini aneli.
C'erano, sì, le oscure selve inerti,
c'erano i fiumi sonnolenti al raggio
del sole, incerti, nell'errare al piano,
dove mai fosse il loro mar selvaggio.
L'uomo paleolitico ha lasciato il segno alle cave di Gesualdo, più di cinque millenni prima di Cristo, così come alla cava Brogna di Montemiletto, un uomo in balia delle forze naturali, un uomo che ha lasciato raschiatoi e asce levigate a Grottaminarda, a Villamaina, a Sant'Angelo dei Lombardi.
L'ascia paleolitica di Sant'Angelo, illustrata da De Blasio nel 1910, conservata nell'Istituto di antropologia dell'Università di Napoli, è andata perduta per eventi bellici o incosciente trafugarnento. Quest'uomo primitivo, che ha lasciato altre tracce ad Altavilla, Flumeri, Paternopoli, Lacedonia, seppe trasformare in strumenti di lotta bastoni e mazze: con questi perforava ossa e crani per trarne il midollo, bucava pelli per legarle insieme e farsene vestiti. Vagava per questi monti e queste valli in cerca di cibo, cacciava, raccoglieva i frutti spontanei del suolo, trasportava la selvaggina nelle caverne, usava raschiatoi, ricavati da ciottoli di fiume, e schegge di selce.
Facciamo un salto di alcuni millenni. Nell'età neolitica, l'età della pietra, tremila anni prima di Cristo, l'uomo ha imparato a lavorare la terra con zappe rudimentali, a seminare, a condurre gli armenti; abita non più in grotte ma in capanne scavate nel terreno e ricoperte di frasche. A Calitri in contrada Tufiello, a Montemiletto, alla Starza di Ariano sono state rinvenute asce levigate e manufatti di ceramica scura in cui unghiate e pressioni delle dita hanno ricavato qualche decorazione. Un coccio di argilla rinvenuto a Calitri ci dice che l'uomo neolitico aveva imparato a fabbricare tazze e recipienti; è affiorata anche qualche necropoli in territorio di Gesualdo, con corpi in posizione rannicchiata. Le necropoli son segni dell'esistenza dei primi villaggi.
Un altro salto di un millennio, ed a Mirabella troviamo reperti risalenti a duemila anni prima di Cristo: è l'età eneolitica. L'uomo di questi monti aveva fatto altri progressi, aveva imparato a usare il fuoco per cucinare cibi e foggiare vasi. La necropoli di Mirabella, località Madonna delle Grazie, ha tombe del tipo "a forno", con ingresso da un andito circolare seguito da un corridoio e con un lastrone per chiusura; all'interno cadaveri rannicchiati. Tombe di Casalbore e Castelbaronia hanno un ricco corredo funerario: accanto al defunto, il bastone del comando, spezzato, e armi diverse. Evidentemente si era passati da un tipo di società individualistica ad un tipo di società meglio organizzata, una società in cui v'erano capi e gregari, una società di guerrieri.
Alcune suppellettili, tipiche degli abitanti della costa tirrenica, fan pensare a rapporti economici e sociali con altre genti; erano questi gli anni in cui nell'isola di Creta si costruivano i palazzi di Micene e di Cnosso; ma l'uomo delle nostre alture non aveva raggiunto lo sviluppo dell'uomo di Micene. Eppure qualche progresso l'aveva fatto. I rinvenimenti della Starza di Ariano, di Piano Pantano di Mirabella, di Bisaccia; rinvenimenti di materiali e oggetti sono riferibili all'epoca successiva, all'età del ferro, a mille anni prima di Cristo.
I corredi delle tombe di questa età sono costituiti da oggetti ornamentali, bracciali, fibule, orecchini, boccali, olle, ciotole, anforette, vasi di bucchero. L'uomo aveva iniziato rapporti con popolazioni adriatiche e anche con popolazioni illiriche di oltre-adriatico, con i greci del litorale campano, con gli etruschi-tirrenici.
E' una prima fusione di genti diverse, di indigeni che coabitano con greci e con pelasgici. E mentre i greci sotto le mura di Troia sferravano i loro assalti, mentre qualche lontano progenitore di Romolo si costruiva la capanna, sul colle Palatino. gli aborigeni della nostra zona uscivano dall'isolamento.
Questi uomini avevano abbandonato il nomadismo e la vita in capanne isolate, vivevano in agglomerati di capanne, avevano una religione, un culto dei morti, un'economia, qualche regola di vita.
Era il tempo in cui i Romani rapivano le Sabine, i Liguri si stanziavano ad occidente della pianura padana, i lapigi si stabilivano nel Salento, i Siculi erano respinti più a sud. In quegli anni gli Achei fondavano colonie nel golfo di Taranto e innalzavano templi sull'altura di Cuma. Enea era già approdato alla foce del Tevere, e Diomede aveva costruito le capanne sulle colline della Daunia.
La necropoli di una località che si chiamerà Lacedonia, i rinvenimenti in località che si chiameranno Calitri, Cairano, Bisaccia, Cerasuoli di Morra De Sanctis, ci illuminano sulla vita di queste genti: fondi di capanne, buche per pali, frammenti di ceramica ci fanno leggere la loro storia, ci fanno comprendere il loro modo di vivere nelle capanne ravvicinate fino a formare un "vicus "; la contiguità del vicus con una posizione fortificata costituiva una "arx" in cui venivano messi al sicuro vecchi, donne, bambini, in caso di pericolo, ed anche armenti.
Ma la stabilità residenziale venne sconvolta dalle migrazioni in massa, verso terre più fertili e meno popolate. Fu l'epoca degli spostamenti dei Liguri nella Padania, degli Illiri verso il Veneto, dei Greci e degli Etruschi che vennero a popolare le coste della Campania. e degli Umbro-Sabelli che
premevano verso Marche. Abruzzi, e le terre dell'Italia centro-meridionale.
Questi ultimi davano anche un significato religioso al movimento migratorio, determinato sostanzialmente da ragioni economiche, chiamando "ver sacrurn" l'occupazione di terreni. Così con i "ver sacrum", i Sabini occuparono il territorio che si chiamò Samnium, tra Abruzzo meridionale. Molise e Campania settentrionale, gli Irpini si stabilirono nella parte più meridionale del Sannio, nelle vallate dell'Ofanto, del Calore e del Sabato. Non conosciamo il nome di tutte le tribù sannitiche ma conosciamo i nomi di cinque tribù: Carraceni, Pentri, Caudini, Frentani, Irpini. Conza, Ferentinum, Carife erano i maggiori centri di questo Sannio meridionale; a Romulea, presso Bisaccia, c'era un sicuro insediamento irpino sovrapposto alla necropoli arcaica; torri di pietra all'interno della cinta muraria sorgevano accanto agli insediamenti provvisori, capanne che i romani chiamarono "casae repentinae"; poste ai due lati delle strade; una rete viaria che serviva all'economia pastorale, le "tractoriae", tracce per i futuri tratturi.
Marco Terenzio Varrone, l'enciclopedico scrittore del primo secolo avanti Cristo, nella sua opera "De Lingua Latina" scrisse che i Sanniti erano "a Sabinis orti" per un "ver sacrum". E lo ripetette Strabone, dopo un secolo, scrivendo: "Intorno ai Sanniti c'è una tradizione secondo cui i Sabini, da lungo tempo in guerra contro gli Umbri, avevano fatto il voto di consacrare tutto ciò che sarebbe stato prodotto da marzo ad aprile; avendo vinto, offrirono in sacrificio una parte dei loro raccolti e cosacrarono il resto agli dei. Sopravvenuta una carestia, qualcuno disse che bisognava
sacrificare anche i figli. Quelli fecero così, e promisero ad Ares i figli nati in quell'anno; una volta che costoro vennero adulti, li fecero emigrare dal paese sotto la guida di un toro. Il toro si sdraiò per dormire nel paese degli Opici, che allora vivevano sparsi in villaggi; essi allora li attaccarono, si
insediarono lì e sacrificarono il toro ad Ares, che lo aveva dato ad essi come guida".
Anche Livio descrive e tramanda la partenza per il ver sacrum: "Si coprivano di un velo i nati di ambo i sessi, si consegnava loro un toro, e poi si mandavano via. Giunti nel luogo ove il toro li guidava, prima lo uccidevano in onore del nume Sabo (donde il nome Sabini?) e poi pensavano a farsi una casa, donde gli inizi di una città ".
La leggenda del toro spiega come siano tanti i paesi del Sannio a prender nome dal toro o dal bue, Boviano, Bovino, Taurasi, Torella, Teora, Taurano, scolpendo un toro nel loro stemma.
La leggenda è stata riportata da altri scrittori: Verio Fiacco, Pompeo Festo, fino a Paolo Diacono. Qualcuno indica anche un mitico conduttore, Cornio Castronio, e il numero dei migratori in cerca di nuove terre, settemila.
La figura di Castronio compare in monete sannitiche: armato di lancia, il capo coperto dall'elmo, a fianco il toro, e la scritta "Viteliu", che è il nome osco dell'Italia e del toro. "Safinim" era il nome osco del territorio in cui vennero a stanziarsi i Sabini emigrati, dal quale derivarono Sabiniti, Sabniti, Sanniti.
Paolo Diacono dà altra spiegazione del nome: il "saunion" nome della lancia che usavano: "Samnites nomen accipere olim ab hastis quae ferre solebant, quasque graeci saunia appellant" (Historia Longobardorum, II, 20).
Pompeo Festa si avventura nelle spiegazioni geografiche scrivendo che i Sanniti presero il nome "a colle Samnio" sul quale i Sabini emigranti si erano stabiliti. Samnium sarebbe il nome di un colle o di una città, ma di entrambi si è perduta ogni traccia, anche se il ricordo affiora nel Chronicon
Volturnense che fa riferimento ad un luogo "ubi Samnia vocatur". Questa parola "samnu", leggibile nella Tabula Eugubina, vuol dire consacrato, cioè il giovane sabino o sabello consacrato al dio della guerra.
Alla grande migrazione dei Sabini che dette origine ai Sanniti seguirono altre migrazioni, altre primavere sacre. Un ver sacrum guidò un gruppo di Sabini verso il nord-est della penisola, guidati questa volta da un picchio, picus. E nacquero i Piceni. E' ancora vivo il ricordo della loro trasmigrazione in un canto popolare che ho ascoltato nel Piceno:
La troppa gente un dì l'annata magra
alla tribù sabina in veste negra
fè qui compir la primavera sagra,
fè qui trovar na primavera allegra,
un ponte, una boscaglia, un campicello.
I Sabini che si spinsero tra le montagne molisane formarono i gruppi
dei Marrucini, dei Pentri, dei Frentani. E un altro gruppo venne a stanziarsi nel nostro territorio, sovrapponendosi agli indigeni che lo abitavano, guidati da un lupo, da un hirpus.
Diamo la parola a Strabone: "Vengono poi gli Irpini, anch'essi sanniti, che derivano il loro nome da quello dell'hirpus che conduceva la colonia; i sanniti chiamano infatti hirpus il lupo'' (Storia. V, 4). I nuovi
arrivati non sterminarono gli antichi abitanti, si confusero con essi conservando una supremazia politica e militare.
Pompeo Festo conferma l'opinione di Strabone: "Irpini appellati sunt nomine lupi, quem hirpmn cli Samnites; eum enim chucem secuti ago occupa vere ".
L'impresa non fu agevole, fu accompagnata da rischi, da assalti di orsi e lupi nel passaggio tra monti e foreste, da resistenze di indigeni, avversità che gli Irpini superarono con decisione. Il lupo può essere anche inteso come la mitizzazione di una vita a contatto con le fiere, con i lupi delle foreste.
I nuovi venuti seppero rendere più fertile la terra ed ottenerne frumento,
farro, orzo, miglio, verdure, frutta; conducendo gli armenti per i pascoli,o seppero ricavare non solo latte e formayggi, ma anche lane e pelli; imparano a coltivare la vite e l'ulivo. Vivevano separatamente, ma ritrovavano l'unità nel sentimento dell'origine comune e nella necessità della difesa. Costruirono agglomerati abitativi più vasti, con torri e fossati.
Le tombe di Serino dimostrano l'esistenza dì un complesso urbano
quello di Sabatha: le mura poligonali di Monteverde potrebbero essere quelle di un altro centro importante: le tombe di Abella segnalano un'altra città; gli scavi di Aeclanum denunziano strutture di una città irpina su cui saranno impiantati edifici romani.
Gli antichi scrittori non distinguono fra sanniti e irpini, si riferiscono indifferentemente agli uni e agli altri, la stessa Benevento viene menzionata come città sannita o irpina.
Quando gli irpini vivevano oscuramente nelle loro capanne e nei loro villaggi, la civiltà egiziana aveva già raggiunto il culmine, e il faraone Psammetico II aveva innalzato ad Heliopolis l'obelisco in onore del sole. obelisco che Augusto trasporterà a Roma e che oggi è al centro della piazza di Montecitorio.
In quel tempo Sparta guerreggiava con Messene: i Dori dal Peloponneso migravano verso Creta e Rodi; la città etrusca di Kysry. corrispondente a Cerveteri, era già potente. Sanniti e Irpini non ancora erano entrati nella storia, vi entreranno nel V secolo a. C. quando, spingendosi
verso la Campania e impadronendosi di Cuma e Capua, dettero ai vicini la sensazione di un pericolo. Non si fecero allettare dalle mollezze delle città
greche. mantennero le antiche virtù della sobrietà e dell'austerità che
contribuivano ai loro successi militari.
L'esercito non era permanente, ma temporaneo, organizzato sul modello del cittadino-soldato. come quello che attualmente hanno gli svizzeri;
le singole tribù facevano affluire i loro contingenti nell'esercito confederale. Livio, quasi ad ingigantire la potenza dei nemici che i Romani avevano vinto, favoleggia di scudi ornati d'oro e d'argento, di forti stivali, di elmi con grandi e coloriti pennacchi. Anche Sallustio fa iperboliche descrizioni, dicendo che
l'armamento romano era stato fatto ad imitazione di quello sannita:
"maiores nostri arma atque tela militaria a safnnitibus sumpsere ".
La lingua parlata era osca con inflessioni sabine; la moneta, accettata da tutte le tribù, portava incisa una faccia con il nome "akuclunnia ", parola misteriosa che taluni vogliono accostare ad "aquilonia", nome dell'importante città, e l'altra col nome "viteliu", nome osco di Italia.
Non ci sono più tracce dei due templi che risalgono al periodo più florido, quello di Ercole presso Avella e quello della dea Mefite nella Valle d'Ansanto; ma il primo è ricordato dal cippo abellano e il secondo da fonti letterarie, Virgilio e Plinio. A quei templi accorrevano Irpini, Apuli, Nolani, e lasciavano i loro ex-voto, negli anni in cui Pitagora insegnava a Crotone, Gerone dominava a Siracusa, i Romani si davano le Dodici Tavole, la prima legge scritta.
L'espansione territoriale andava, grosso modo, dal corso del Cervaro e dalle pendici su cui sorgeranno Montaguto, Greci, e Casalbore, alle montagne del Cervialto e dell'Accellica, dal ponte Santa Venere sul corso medio dell'Ofanto al ciglio di Cervinara che immetteva nella valle Caudina, dalla barriera di Monteforte alla valle di Lauro, con sconfinamenti ed arretramenti
che le varie guerre imponevano.
Nella loro evoluzione, si dettero istituzioni meglio organizzate. E' difficile comprendere con quali risorse questi uomini, che vivevano in un distretto sterile e montagnoso, lontano dal mare e dalle vie commerciali, dove l'agricoltura era anche difficile, abbiano potuto procurarsi materiali con cui fare tessuti per l'abbigliamento e metalli con cui adornarsi.
Anche questo è il mistero irpino. Eutropio, che scriveva in epoca imperiale romana, diceva che "nessun esercito meglio stancò il valore dei Romani di quel che fece questo popolo antichissimo e bellicosissimo ".
Sparsi tra Aquilonia, Maluentum, Caudium, Trebula, gli Irpini abitavano su queste montagne. I racconti secondo cui i Romani distruggevano Alba Longa, combattevano contro gli Equi nella valle dell'Aniene, contro i Volsci della costa tirrenica, contro gli Etruschi di Veio,li impaurivano ma rimanevano pur sempre legati ai gruppi di Cisauna, Aeclanum, Aequum Tuticum, Aquilonia, Romulea, Compsa, Fratuentum, Trivicum, accorrendo periodicamente a Fulsulae per fare sacrifici presso l'altare che vi avevano innalzato. Non avevano abiti militari sfolgoranti di oro e di argento, che sono probabilmente una favola, bensì di montanari e pastori; ma gli Irpini sentivano che un'ora grave si avvicinava. E stettero un dì per queste balze irpine i vecchi padri come rocce, immoti, ed al fulmin de l'aquile latine offerser petti e libertà devoti.
Così l'immaginava Pietro Paolo Parzanese.
Tratto da: Viaggio in Irpinia (percorsi e memoria) Vol1
di Giovanni De Matteo
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