|
La leggenda vuole
che il vitigno greco sia stato portato in Italia dai Pelasgi, un antico
popolo proveniente dalla Tessaglia. Inizialmente il vitigno, chiamato
semplicemente "greco", si radicò nell'area vesuviana,
a motivo del clima particolarmente favorevole o del vacolo terreno vulcanico;
poi si diffuse nel resto della regione, soprattutto nell'attuale Avellinese.
L'uva è caratterizzata da un grappolo di grandezza media o piccolo,
serrato, cilindrico, spesso alato con ala molto sviluppata, cosiddetta
"Aminea gemella", per avere un gran numero di grappoli doppi,
del gruppo delle viti ('Aminee, acini medio-piccoli, sferoidali, irregolari,
buccia pruinosa grigiogiallastra o grigio-ambrata. E' un'uva di cui i
latini decantavano la bontà. Dalla "Naturalis Historia"
di Plinio apprendiamo che "alla qualità del vino importa il
luogo ed i) tipo di terreno, non l'uva, accertato che la stessa vite produce
qualità diverse di vino in luoghi diversi". In questo caso,
il "sito" dell'area di produzione del Greco di Tufo gioca un
ruolo importantissimo, in particolare nel Comune omonimo, la cui superficie
vitata; rimasta inalterata per secoli, rappresenta, indubbiamente, "il
sito dei siti". Columella, conoscitore di uve, in un'opera intitolata
"De re rustica" descrisse l'ascendente dell'attuale greco, "serio
e di buona conservazione". Catone il Censore (232 - 147 a.C.), malgrado
il suo odio per i Greci e per ciò che proveniva dalla Grecia, elogiava
I`Amineo" della Campania, ex colonia ellenica, e non disdegnava d'insegnare
la maniera d'imitarlo. Lo stesso vitigno è descritto nel 'S00 da
Andrea Bocci, medico e naturalista, che si dilunga anche a decantare il
vino che se ne trae. L'area vitivinicola del Greco di Tufo D.O.C. comprende
i territori comunali di: Tufo, Santa Paolino, Montefusco, Petruro, Chianche,
Torrioni, Altavilla Irpina e Prato di Principato Ultra. La struttura dei
terreni deriva dal disfacimento di arenarie, mentre la collocazione è
in media collina. La coltivazione è in forma specializzata. II
disciplinare della denominazione di origine controllata prescrive che
la produzione deve avvenire con uve di greco dall'80 al 100%; coda di
volpe bianca fino al 20%. la resa massima è stabilita in 100 quintali
di uva per ettaro; la resa massima delle uve in vino non deve essere superiore
al 70%. La tipologia "spumante' si può ottenere con mosti
o vini che rispondano alle condizioni ed ai requisiti del disciplinare.
Le operazioni di elaborazione per la produzione dello spumante vanno effettuate
in stabilimenti situati nell'ambito territoriale della provincia di Avellino.
II Greco di Tufo D.O.C. è un vino bianco secco che ha colore giallo
paglierino a volte con riflessi dorati; profumo netto con caratteristico
sentore di pesca, note fruttate e sentori di mandorla tostata. Ha sapore
asciutto, armonioso, tenue con personale caratterizzazione. E' un vino
che si è evoluto nel tempo (poco somiglia a quello descritto da
Catone, Virgilio e Varrone) ed oggi non ha nulla da invidiare ai bianchi
secchi prodotti nelle zone elette dei vigneti nordici
.FIANO DI AVELLINO D.O.C. (1978)
II vitigno Fiano è da sempre conosciuto nell'Italia meridionale
e, in particolare, ` in provincia di Avellino. Diverse sinonimie si incontrano
da più parti: "fiano 0 fiana", nelle province di Avellino
e Caserta; "fiano o foiano", nell'area agricola di Lapio; nella
zona verso la Puglia viene chiamato ancora con il nome di "latina
bianco", risalente all'epoca romana, per distinguerlo dai vitigni
di origine greca. la coltura del vitigno fiano trova la sua collocazione
specifica nell'area agricola di Lapia, ad un'altitudine compresa fra i
400 ed i 500 metri. II frate Scipione Bella Bona nei suoi "Raguagli
della città di Avellino", scriveva: "In detti tempi in
tre luoghi tre Castelli per difesa della lor città teneuano I'Auellinesi,
uno doue è hora Monteforte; onde fu poi edificata la terra, e quasi
da quei primi secoli di pace: l'altro nel Monte chiamato Serpico, doue
parimente furono fatti edifici, e fatta Terra da per sé, nelli
suoi tenimenti edificati S. Stefano, e Sorbo, come si disse; ed il terzo,
cue è ora I'Apia, vicino al Monastero di S. Maria dell'Angioli
nel luogo detto gli Mormori. In quel luogo, e quasi in tutto il territorio
d'Avellino si produceva il vino detto Apiano, do' Gentili Scrittori lodato,
e tanto in detto luogo, quanto in questa Città sin hora vi si produce,
e per corrotta fauella chamato Afiano, e Fiano; il nome d'Apiano, dall'Ape,
che se mangianolluve, gli fu dato". Così il termine "Fiano"
deriverebbe da "Apiana", uva già conosciuta e decantata
dai poeti latini. Tale termine avrebbe subito modificazioni nel tempo,
trasformandosi in "Apiano" prima, "Afianti" poi e,
successivamente, "Fiano". Ma c'è ancora chi fa risalire
il termine "Apiano" dall'area agricola "Apia", che
oggi si chiama lapio; come pure si fa rilevare che la parola "Apiano"
può derivare da "Api", tenendo conto della facilità
con cui le api, attratte dalla dolcezza degli acini, attaccano il grappolo.
Documenti risalenti al XIII secolo, fanno rilevare l'ordine impartito
da re Carlo II d'Angiò al proprio commissario, Guglielmo dei Fisoni,
di trovare 1600 viti di fiano da spedire a Manfredonia, a) fine di piantarle
nelle proprie tenute. Se l'antica Lapio era il principale centro di produzione,
Montefusco rappresentava il mercato più importante, in quanto era
capitale del Principato UItra ed era direttamente interessato alla costruzione
della via che unisce la Puglia alla Campania. Una conferma risale al 5
novembre 1592 in una nota indirizzata al Capitano di Montefusco: "L'Università
ha ottenuto Regio Assenso su la gabella del vino per far pagare carlini
4 per ogni soma che entra nella terra. Ora molti particolari di Lapio
portano il vino, ma non vogliono pagare perché dicono di venderlo
al minuto. II Capitano li costringa al pagamento, non siano molestati
per l'acquata da essi ottenuta aggiungendo acqua alle vinacce non del
tutto premute, da servire per uso di famiglia; su questa non è
imposta gabella alcuna". Di notevole vigoria, il vitigno fiano si
alleva bene in terreni sciolti, profondi, di origine vulcanica, dando
luogo ad un rigoglioso sviluppo in ambiti freschi; in quelli asciutti,
invece, dà meno legno e meno frutto. Risultati soddisfacenti si
hanno anche in terreni compatti ed argillosi. Di produzione regolare,
la resa per ettaro oscilla tra i 60 e gli 80 quintali di uva; preferisce
una potatura ricca. Sensibile all'oidio, teme anche gli attacchi peronosporici.
Dei fenomeni vegetativi va segnalato che germogliamento, fioritura ed
invaiatura si verificano in fase media; mentre la maturazione dell'uva
si ha tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre. Foglia di
media grandezza, tri o pentalobata; pagina superiore di colore verde chiaro
e verde biancastro in quella inferiore. La caratteristica dell'uva è
a grappolo di grandezza media, spesso piccola, piramidale, alato, con
acini serrati ellissoidali, di colore giallo dorato con tendenza al rossastro
per quelli rivolti verso il sole. La polpa è leggermente croccante;
il succo è incolore e dolce. L'utilizzazione dell'uva di fiano
è quasi esclusiva per la vinificazione, ma si conserva bene anche
come uva da tavola. II vino Fiano di Avellino D.O.C., a norma di disciplinare,
deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti dal vitigno
fiano. Passono concorrere alla produzione del vino anche le uve provenienti
dai vitigni greco, coda di volpe bianca e trebbiano toscano presenti nei
vigneti, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo complessivo de)
15 per cento. II Fiano di Avellino D.O.C. si produce nella zona che comprende
il territorio amministrativo dei Comuni: Avellino, Atripalda, Cesinali,
Aiello del Sabato, Saito, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza
Irpinia, Parolise, S. Polito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra,
Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, S. Angelo a Scala, Summonte,
Mercogliano, Forino, Contrada, Lapio, Monteforte Irpino, Ospedaletto d'Alpinolo,
S. Michele di Serino, Montefalcone. II giudizio organolettico sul vino
Fiano di Avellino D.O.C. è del seguente tenore: colore giallo paglierino
sbiadito (diventa dorato nel caso di fermentazione con vinaccia), odore
gradevole, leggero e speciale, sapore fresco, tenue, asciutto, armonico;
a volte ricorda le nocciole infornate.
TAURASI D.O.C.G. (1993)
E' fuor di dubbio che I'Agliànico, come il Greco, sia giunto in
Italia ancor prima della fondazione di Roma o, comunque, verso I'VIII
secolo a.C. La prima diffusione fu in Campania e solo in un secondo momento
raggiunse anche la Basilicata. Certo è che da subito i Romani apprezzarono
le qualità di entrambi i vitigni, al punto che furono usati per
secoli nella produzione di vini rossi e bianchi e in special modo di quelli
della parte più settentrionale della regione (intorno all'ex vulcano
Massico), chiamati Falerno e cantati dai poeti dell'antichità.
Una canzone goliardica, in latino maccheronico, ma ancora di moda negli
ambienti universitari nei primi anni del II dopoguerra recita: Bibetque,
bibatque, quicumque Phalernum, sua cura citiusque solvetur cadetque. Che
tradotta vuol più o meno dire: Beva e si ubriachi con i) Falerno
chiunque ne ha voglia, così le sue preoccupazioni cadranno più
rapidamente e spariranno. Lo stesso serissimo Columella descrisse I'Aglianico
nel suo "De re rustica" e non esitò a collegarlo alle
antiche viti elleniche, parlando di un uva "aglianica" detta
anticamente "ellenica o ellanica". Solo agli inizi di questo
secolo si è giunti alla conclusione che probabilmente la prima
definizione è corruzione volgare della seconda. II territorio del
Taurasi ha come epicentro l'omonimo comune, sito nell'agro della provincia
di Avellino, e dovrebbe derivare i) proprio nome dall'antica, omonima
città, Taurasia. Di questo "castrum" parla Tito Livio
che lo descrive contornato di terre verdeggianti, di "vigne opime"
e luogo di deportazione, intorno al 180 a.C., dei 40.000 liguri Apuani
mai sconfitti ma fatti prigionieri, con l'inganno, dai Romani. Dell'Aglianico
non poteva, naturalmente, tacere il solito Sante Lancerio, bottigliere
di Papa Paolo III Farnese (metà del XVI secolo), che descrive il
"vino Agliancico" prodotto dalla Montagna di Somma nel Regno
di Napoli. "Tale vino è rosso - scriveva - e non è
manco grande e fumoso del Greco, massime quando si fa la vendemmia asciutta.
Tali vini sono anco carichi di colore e ne sono delli discarichi molto
migliori e più pastosi. Di tali vini S.S. beveva molto volentieri
e dicevali bevanda delli vecchi, rispetto alla pienezza" (con tutta
probabilità il Lancerio si riferisce ad un vino passito, la cui
tecnica di produzione era già nota fin dall'antichità).
Gli fa eco, sempre parlando di un vino passito, Andrea Bacci (De naturali
vinorum historia, 1596), scrivendo: "la qualità delle uve,
non così nere, ma ricche di succo vermiglio e denso. Ha considerevole
forza, soprattutto quello che si ottiene da vendemmie secche, non dalle
umide, e che si conserva in ottimi vasi. Diventa infatti profumato e succoso,
gradevole al gusto, dolcissimo e stabile". Da allora gli elogi furono
un susseguirsi. In epoca contemporanea, nel 1923, il Ministero dell'Economia
Nazionale editò una monografia: "E' ben conosciuto il vino
di Taurasi, robusto, sapido, fresco e tannico, molto colorato, che con
l'invecchiamento acquista profumo gradevole, perde l'eccesso di tannino
e diventa armonico tanto da poter rivaleggiare ccn i migliori piemontesi".
II vino Taurasi è una D.O.C.G. (denominazione di origine controllata
e garantita), cioè il massimo riconoscimento per un vino italiano
di alta qualità. II relativo disciplinare stabilisce che I'uvaggio
sia costituito almeno dall'85% di aglianico, e completato da altri vitigni
a bacca rossa, non aromatici, raccomandati o autorizzati per la provincia
di Avellino, quali sangiovese e barbera. La resa per ettaro è stabilita
al massimo di 100 quintali; resa massima di uva in vino, 70%. Alla vinificazione
è previsto che il Taurasi sia arricchito con mosti concentrati
provenienti dalla zona di produzione. II disciplinare stabilisce, all'atto
dell'immissione in commercio, che debba avere un colore rosso intenso
tendente al granato; con ('invecchiamento acquisirà riflessi aranciati;
all'olfatto l'odore è etereo, gradevole, caratteristico più
o meno intenso, spesso si nota un bouquet di marasca e di viola con lievi
sentori di spezie; sapore asciutto, pieno, armonico, equilibrato con retrogusto
persistente. I gradi alcolici debbono essere almeno 12, e deve essere
sottoposto ad un periodo di invecchiamento di tre anni di cui almeno uno
in botte di rovere o di castagno. Se è invecchiato quattro anni
di cui almeno 18 mesi in botte di rovere o di castagno, può nominarsi
"riserva" purché abbia un titolo alcolico di 12,50. La
temperatura di servizio è di 18 °C per il Taurasi D.O.C.G.
base, mentre per la "riserva" è ottimale degustarlo a
20°C. La zona di produzione è sita tra i 400 ed i 700 metri
nell'alta Valle del Calore e comprende i territori comunali di: Taurasi,
S. Angelo all'Esca, Luogosano, Mirqbella, Edano, Fontanarosa, Venticano,
Montemiletto, Torre le Nocelle, Bonito, Lapio, Castefranci, Montemurano,
Pietradefusi, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Montefalcione, San
Mango sul Calore. La struttura dei terreni è di tipo argilloso-calcarea,
ma ben provvista di elementi nutritivi quali fosforo e potassio. L'allevamento
della vite, condotta in forma specializzata, segue i criteri della coltura
a bassa spalliera. II vitigno aglianico che concorre in alta percentuale
a) vino Taurasi D.O.C.G., è considerato il monarca della famiglia
aglianica, agli antichi nota come "Vitis hellenicó , che è
la sola da cui è prodotto attraverso un'accurata cernita delle
uve. II grappow si presenta medio, piuttosto compatto, aonico e piramidale,
con acini sferoidali i colore violetto intenso; spesso si nota ur lieve
acinellatura verde, buccia pruim e resistente al marciume. II grande [ogo
e l'eccezionale longevità, anche fino e mezzo secolo nelle migliori
annate, qw lificano i) Taurasi come uno dei grai rossi italiani più
adatti al lunghissimo i> vecchiamento (a condizione di cambia il tappo
ogni 25 anni).
|