4-9-2010  - Ore 20:28
aggiungi ai preferiti!
Ritorna alla Home Page di Irpinia Web
 
Username
Password
ISCRIVITI ORA!
Tanti servizi gratuiti per scoprire ogni angolo della tua provincia




per nome
per categoria
per paese
 



La storia dell'irpinia
I monumenti
I paesi irpini
Gli itinerari turistici
I prodotti tipici irpini
Le ricette tipiche irpine
Le principali manifestazioni


Itinerari turistici


Itinerario del vino
GRECO Di TUFO D.O.C. [1970]
II paesaggio vitivinicolo campano è molto " vario con differenziazioni determinate: r a) dal terreno che varia di composizione da zona a zona; b) dai rilievi che hanno caratteristiche diverse: si passa dai dolci colli a più selvagge montuosità appenniniche; c) dalla maggiore o minore vicinanza al mare. In questo contesto regionale e in un'area vinicola montuosa, per certi versi incontaminata, nasce il Greco di Tufo D.O.C., vino bianco della provincia di Avellino.

La leggenda vuole che il vitigno greco sia stato portato in Italia dai Pelasgi, un antico popolo proveniente dalla Tessaglia. Inizialmente il vitigno, chiamato semplicemente "greco", si radicò nell'area vesuviana, a motivo del clima particolarmente favorevole o del vacolo terreno vulcanico; poi si diffuse nel resto della regione, soprattutto nell'attuale Avellinese. L'uva è caratterizzata da un grappolo di grandezza media o piccolo, serrato, cilindrico, spesso alato con ala molto sviluppata, cosiddetta "Aminea gemella", per avere un gran numero di grappoli doppi, del gruppo delle viti ('Aminee, acini medio-piccoli, sferoidali, irregolari, buccia pruinosa grigiogiallastra o grigio-ambrata. E' un'uva di cui i latini decantavano la bontà. Dalla "Naturalis Historia" di Plinio apprendiamo che "alla qualità del vino importa il luogo ed i) tipo di terreno, non l'uva, accertato che la stessa vite produce qualità diverse di vino in luoghi diversi". In questo caso, il "sito" dell'area di produzione del Greco di Tufo gioca un ruolo importantissimo, in particolare nel Comune omonimo, la cui superficie vitata; rimasta inalterata per secoli, rappresenta, indubbiamente, "il sito dei siti". Columella, conoscitore di uve, in un'opera intitolata "De re rustica" descrisse l'ascendente dell'attuale greco, "serio e di buona conservazione". Catone il Censore (232 - 147 a.C.), malgrado il suo odio per i Greci e per ciò che proveniva dalla Grecia, elogiava I`Amineo" della Campania, ex colonia ellenica, e non disdegnava d'insegnare la maniera d'imitarlo. Lo stesso vitigno è descritto nel 'S00 da Andrea Bocci, medico e naturalista, che si dilunga anche a decantare il vino che se ne trae. L'area vitivinicola del Greco di Tufo D.O.C. comprende i territori comunali di: Tufo, Santa Paolino, Montefusco, Petruro, Chianche, Torrioni, Altavilla Irpina e Prato di Principato Ultra. La struttura dei terreni deriva dal disfacimento di arenarie, mentre la collocazione è in media collina. La coltivazione è in forma specializzata. II disciplinare della denominazione di origine controllata prescrive che la produzione deve avvenire con uve di greco dall'80 al 100%; coda di volpe bianca fino al 20%. la resa massima è stabilita in 100 quintali di uva per ettaro; la resa massima delle uve in vino non deve essere superiore al 70%. La tipologia "spumante' si può ottenere con mosti o vini che rispondano alle condizioni ed ai requisiti del disciplinare. Le operazioni di elaborazione per la produzione dello spumante vanno effettuate in stabilimenti situati nell'ambito territoriale della provincia di Avellino. II Greco di Tufo D.O.C. è un vino bianco secco che ha colore giallo paglierino a volte con riflessi dorati; profumo netto con caratteristico sentore di pesca, note fruttate e sentori di mandorla tostata. Ha sapore asciutto, armonioso, tenue con personale caratterizzazione. E' un vino che si è evoluto nel tempo (poco somiglia a quello descritto da Catone, Virgilio e Varrone) ed oggi non ha nulla da invidiare ai bianchi secchi prodotti nelle zone elette dei vigneti nordici

.FIANO DI AVELLINO D.O.C. (1978)
II vitigno Fiano è da sempre conosciuto nell'Italia meridionale e, in particolare, ` in provincia di Avellino. Diverse sinonimie si incontrano da più parti: "fiano 0 fiana", nelle province di Avellino e Caserta; "fiano o foiano", nell'area agricola di Lapio; nella zona verso la Puglia viene chiamato ancora con il nome di "latina bianco", risalente all'epoca romana, per distinguerlo dai vitigni di origine greca. la coltura del vitigno fiano trova la sua collocazione specifica nell'area agricola di Lapia, ad un'altitudine compresa fra i 400 ed i 500 metri. II frate Scipione Bella Bona nei suoi "Raguagli della città di Avellino", scriveva: "In detti tempi in tre luoghi tre Castelli per difesa della lor città teneuano I'Auellinesi, uno doue è hora Monteforte; onde fu poi edificata la terra, e quasi da quei primi secoli di pace: l'altro nel Monte chiamato Serpico, doue parimente furono fatti edifici, e fatta Terra da per sé, nelli suoi tenimenti edificati S. Stefano, e Sorbo, come si disse; ed il terzo, cue è ora I'Apia, vicino al Monastero di S. Maria dell'Angioli nel luogo detto gli Mormori. In quel luogo, e quasi in tutto il territorio d'Avellino si produceva il vino detto Apiano, do' Gentili Scrittori lodato, e tanto in detto luogo, quanto in questa Città sin hora vi si produce, e per corrotta fauella chamato Afiano, e Fiano; il nome d'Apiano, dall'Ape, che se mangianolluve, gli fu dato". Così il termine "Fiano" deriverebbe da "Apiana", uva già conosciuta e decantata dai poeti latini. Tale termine avrebbe subito modificazioni nel tempo, trasformandosi in "Apiano" prima, "Afianti" poi e, successivamente, "Fiano". Ma c'è ancora chi fa risalire il termine "Apiano" dall'area agricola "Apia", che oggi si chiama lapio; come pure si fa rilevare che la parola "Apiano" può derivare da "Api", tenendo conto della facilità con cui le api, attratte dalla dolcezza degli acini, attaccano il grappolo. Documenti risalenti al XIII secolo, fanno rilevare l'ordine impartito da re Carlo II d'Angiò al proprio commissario, Guglielmo dei Fisoni, di trovare 1600 viti di fiano da spedire a Manfredonia, a) fine di piantarle nelle proprie tenute. Se l'antica Lapio era il principale centro di produzione, Montefusco rappresentava il mercato più importante, in quanto era capitale del Principato UItra ed era direttamente interessato alla costruzione della via che unisce la Puglia alla Campania. Una conferma risale al 5 novembre 1592 in una nota indirizzata al Capitano di Montefusco: "L'Università ha ottenuto Regio Assenso su la gabella del vino per far pagare carlini 4 per ogni soma che entra nella terra. Ora molti particolari di Lapio portano il vino, ma non vogliono pagare perché dicono di venderlo al minuto. II Capitano li costringa al pagamento, non siano molestati per l'acquata da essi ottenuta aggiungendo acqua alle vinacce non del tutto premute, da servire per uso di famiglia; su questa non è imposta gabella alcuna". Di notevole vigoria, il vitigno fiano si alleva bene in terreni sciolti, profondi, di origine vulcanica, dando luogo ad un rigoglioso sviluppo in ambiti freschi; in quelli asciutti, invece, dà meno legno e meno frutto. Risultati soddisfacenti si hanno anche in terreni compatti ed argillosi. Di produzione regolare, la resa per ettaro oscilla tra i 60 e gli 80 quintali di uva; preferisce una potatura ricca. Sensibile all'oidio, teme anche gli attacchi peronosporici. Dei fenomeni vegetativi va segnalato che germogliamento, fioritura ed invaiatura si verificano in fase media; mentre la maturazione dell'uva si ha tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre. Foglia di media grandezza, tri o pentalobata; pagina superiore di colore verde chiaro e verde biancastro in quella inferiore. La caratteristica dell'uva è a grappolo di grandezza media, spesso piccola, piramidale, alato, con acini serrati ellissoidali, di colore giallo dorato con tendenza al rossastro per quelli rivolti verso il sole. La polpa è leggermente croccante; il succo è incolore e dolce. L'utilizzazione dell'uva di fiano è quasi esclusiva per la vinificazione, ma si conserva bene anche come uva da tavola. II vino Fiano di Avellino D.O.C., a norma di disciplinare, deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti dal vitigno fiano. Passono concorrere alla produzione del vino anche le uve provenienti dai vitigni greco, coda di volpe bianca e trebbiano toscano presenti nei vigneti, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo complessivo de) 15 per cento. II Fiano di Avellino D.O.C. si produce nella zona che comprende il territorio amministrativo dei Comuni: Avellino, Atripalda, Cesinali, Aiello del Sabato, Saito, Santo Stefano del Sole, Sorbo Serpico, Salza Irpinia, Parolise, S. Polito Ultra, Candida, Manocalzati, Pratola Serra, Montefredane, Grottolella, Capriglia Irpina, S. Angelo a Scala, Summonte, Mercogliano, Forino, Contrada, Lapio, Monteforte Irpino, Ospedaletto d'Alpinolo, S. Michele di Serino, Montefalcone. II giudizio organolettico sul vino Fiano di Avellino D.O.C. è del seguente tenore: colore giallo paglierino sbiadito (diventa dorato nel caso di fermentazione con vinaccia), odore gradevole, leggero e speciale, sapore fresco, tenue, asciutto, armonico; a volte ricorda le nocciole infornate.

TAURASI D.O.C.G. (1993)

E' fuor di dubbio che I'Agliànico, come il Greco, sia giunto in Italia ancor prima della fondazione di Roma o, comunque, verso I'VIII secolo a.C. La prima diffusione fu in Campania e solo in un secondo momento raggiunse anche la Basilicata. Certo è che da subito i Romani apprezzarono le qualità di entrambi i vitigni, al punto che furono usati per secoli nella produzione di vini rossi e bianchi e in special modo di quelli della parte più settentrionale della regione (intorno all'ex vulcano Massico), chiamati Falerno e cantati dai poeti dell'antichità. Una canzone goliardica, in latino maccheronico, ma ancora di moda negli ambienti universitari nei primi anni del II dopoguerra recita: Bibetque, bibatque, quicumque Phalernum, sua cura citiusque solvetur cadetque. Che tradotta vuol più o meno dire: Beva e si ubriachi con i) Falerno chiunque ne ha voglia, così le sue preoccupazioni cadranno più rapidamente e spariranno. Lo stesso serissimo Columella descrisse I'Aglianico nel suo "De re rustica" e non esitò a collegarlo alle antiche viti elleniche, parlando di un uva "aglianica" detta anticamente "ellenica o ellanica". Solo agli inizi di questo secolo si è giunti alla conclusione che probabilmente la prima definizione è corruzione volgare della seconda. II territorio del Taurasi ha come epicentro l'omonimo comune, sito nell'agro della provincia di Avellino, e dovrebbe derivare i) proprio nome dall'antica, omonima città, Taurasia. Di questo "castrum" parla Tito Livio che lo descrive contornato di terre verdeggianti, di "vigne opime" e luogo di deportazione, intorno al 180 a.C., dei 40.000 liguri Apuani mai sconfitti ma fatti prigionieri, con l'inganno, dai Romani. Dell'Aglianico non poteva, naturalmente, tacere il solito Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III Farnese (metà del XVI secolo), che descrive il "vino Agliancico" prodotto dalla Montagna di Somma nel Regno di Napoli. "Tale vino è rosso - scriveva - e non è manco grande e fumoso del Greco, massime quando si fa la vendemmia asciutta. Tali vini sono anco carichi di colore e ne sono delli discarichi molto migliori e più pastosi. Di tali vini S.S. beveva molto volentieri e dicevali bevanda delli vecchi, rispetto alla pienezza" (con tutta probabilità il Lancerio si riferisce ad un vino passito, la cui tecnica di produzione era già nota fin dall'antichità). Gli fa eco, sempre parlando di un vino passito, Andrea Bacci (De naturali vinorum historia, 1596), scrivendo: "la qualità delle uve, non così nere, ma ricche di succo vermiglio e denso. Ha considerevole forza, soprattutto quello che si ottiene da vendemmie secche, non dalle umide, e che si conserva in ottimi vasi. Diventa infatti profumato e succoso, gradevole al gusto, dolcissimo e stabile". Da allora gli elogi furono un susseguirsi. In epoca contemporanea, nel 1923, il Ministero dell'Economia Nazionale editò una monografia: "E' ben conosciuto il vino di Taurasi, robusto, sapido, fresco e tannico, molto colorato, che con l'invecchiamento acquista profumo gradevole, perde l'eccesso di tannino e diventa armonico tanto da poter rivaleggiare ccn i migliori piemontesi". II vino Taurasi è una D.O.C.G. (denominazione di origine controllata e garantita), cioè il massimo riconoscimento per un vino italiano di alta qualità. II relativo disciplinare stabilisce che I'uvaggio sia costituito almeno dall'85% di aglianico, e completato da altri vitigni a bacca rossa, non aromatici, raccomandati o autorizzati per la provincia di Avellino, quali sangiovese e barbera. La resa per ettaro è stabilita al massimo di 100 quintali; resa massima di uva in vino, 70%. Alla vinificazione è previsto che il Taurasi sia arricchito con mosti concentrati provenienti dalla zona di produzione. II disciplinare stabilisce, all'atto dell'immissione in commercio, che debba avere un colore rosso intenso tendente al granato; con ('invecchiamento acquisirà riflessi aranciati; all'olfatto l'odore è etereo, gradevole, caratteristico più o meno intenso, spesso si nota un bouquet di marasca e di viola con lievi sentori di spezie; sapore asciutto, pieno, armonico, equilibrato con retrogusto persistente. I gradi alcolici debbono essere almeno 12, e deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento di tre anni di cui almeno uno in botte di rovere o di castagno. Se è invecchiato quattro anni di cui almeno 18 mesi in botte di rovere o di castagno, può nominarsi "riserva" purché abbia un titolo alcolico di 12,50. La temperatura di servizio è di 18 °C per il Taurasi D.O.C.G. base, mentre per la "riserva" è ottimale degustarlo a 20°C. La zona di produzione è sita tra i 400 ed i 700 metri nell'alta Valle del Calore e comprende i territori comunali di: Taurasi, S. Angelo all'Esca, Luogosano, Mirqbella, Edano, Fontanarosa, Venticano, Montemiletto, Torre le Nocelle, Bonito, Lapio, Castefranci, Montemurano, Pietradefusi, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Montefalcione, San Mango sul Calore. La struttura dei terreni è di tipo argilloso-calcarea, ma ben provvista di elementi nutritivi quali fosforo e potassio. L'allevamento della vite, condotta in forma specializzata, segue i criteri della coltura a bassa spalliera. II vitigno aglianico che concorre in alta percentuale a) vino Taurasi D.O.C.G., è considerato il monarca della famiglia aglianica, agli antichi nota come "Vitis hellenicó , che è la sola da cui è prodotto attraverso un'accurata cernita delle uve. II grappow si presenta medio, piuttosto compatto, aonico e piramidale, con acini sferoidali i colore violetto intenso; spesso si nota ur lieve acinellatura verde, buccia pruim e resistente al marciume. II grande [ogo e l'eccezionale longevità, anche fino e mezzo secolo nelle migliori annate, qw lificano i) Taurasi come uno dei grai rossi italiani più adatti al lunghissimo i> vecchiamento (a condizione di cambia il tappo ogni 25 anni).