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L'Ofanto

"L'aufidio che da lungi anco risuona" (T. Tasso) Nei campi tra Torella, S. Angelo e Nusco, rigagnoli e sorgive convogliono le acque in un solco umido ed erboso. Uno di questi rigagnoli esce dalle falde del Serrone, a mezzo chilometro da Nusco; due altri rigagnoli si perdono in pozzanghere; al ponte della Macina, che scavalca un letto di Z-
torrente presso Torcila ci sono altre pozzanghere e un rivoletto affiora a Tavernarsa, lungo la via Appia.
L'Ofanto inizia così, silenzioso ed umile, il suo corso di 166 chilometri. I rigagnoli congiungendosi formano un ruscello, che, diventato fiume, si espande nella piana di Lioni. Dopo essersi rinchiuso in ~ una gola, sbocca nell'ampia vallata di Conza. Scendono da Andretta monti squarciati da fratture e rotti da valloni che frastagliano tutta la campagna; il Formicoso declina verso Cairano,dove 1'Ofanto lambisce il roccioso promontorio. Il fiume allarga le sue sponde a Calitri e le restringe sotto Monticchio. Qui, alle pendici dei monti di Aquilonia e Monteverde, si arricchisce delle acque dell'Osente. che con precipiti pendii scende da Lacedonia, e della fiumara d'Atella, che, dapprima stretta fra ripe rocciose, si scarica al ponte di Pietra dell'oglio e al ponte di S. Venere.
In questo primo tratto, più che il letto di un fiume, diceva Giustino Fortunato, è un enorme scolatoio di acque piovane, precipitanti dall'uno e dall'altro fianco della vallata. Sbocca nel Tavoliere alle pendici del Volture, e il suo greto sterminato si copre di ciottoli e arene bianche. E' disceso dai settecento metri dei primi rigagnoli ai duecento metri del ponte di Santa Venere; le acque della fiumara d'Atella a destra e quelle dell'Osente a sinistra lo hanno irrobustito, e 1'Ofanto si gonfia nell'alveo ghiaioso, ora nascosto da folta boscaglia ora incassato tra ripe franose, ora allargandosi in ampie brughiere tra olmi e salici. Quando l'intricata boscaglia di abeti, roveri, cerri, ammantava l'Appennino e arricchiva le vene sotterranee di acque perenni, poteva ben dire Orazio che 1'Ofanto era aspro e solenne, tauriformis, e procedeva con un impeto simile a quello del toro, terrorizzando i viandanti e contadini.
Dalle colline di Monteverde si vede la piana sottostante, solcata da un nastro tra l'azzurro e il cinerino, pigro e lento, ben diverso dalla pericolosa corrente che nella stagione delle piene distrugge le culture, "horridam culti,s diluviem minitatcec-agris" (Orazio). Nell'ampio letto sassoso impigriscono al sole rigagnoli, tra giunchi, canneti ed argille melmose.
Così lo vide l'autore dell'epigrafe rinvenuta al ponte di Santa Venere, Magius Velleianus che si rivolgeva alle ninfe dell'Ofanto, "nimphis Avafidi servotricibus". Un'altra epigrafe romana è stata rinvenuta sulle rive del fiume, presso Monticchio, posta in ricordo di Publio Rufino, vissuto 58 anni, 7 mesi, e 15 giorni (mancano le ore!).
Più a monte, presso Nusco, è stata rinvenuta altra epigrafe in ricordo di Marco Bebio Flaonio Massimiano, morto ad appena (e qui altra precisazione puntigliosa) 4 anni, 10 mesi e 15 giorni; questa epigrafe aggiunge l'obbligo scaramantico di pagare un certo numero di sesterzi all'erario per chi avesse aperto il sepolcro.
Quanta storia sulle rive dell'Ofanto! E anche preistoria, perchè necropoli ed oggetti rinvenuti a Cairano dimostrano un traffico notevole tra la pianura pugliese e le montagne irpine, tra la costa adriatica e le alture retrostanti.
Qui, nel 293 avanti Cristo, Sanniti e Romani si avventarono gli uni contro gli altri combattendo tra Monteverde ed Aquilonia la battaglia che dette a Roma il predominio sui Sanniti; scheletri di guerrieri, armi di ferro e di rame, sono emersi per i colpi di zappa dati dai contadini alle zolle terrose, monete ed amuleti. E dopo ottant'anni un'altra battaglia trasformerà in cimiteri i terreni sulle rive del fiume, verso la foce, quella del 216 a.C., a Canne, quando l'esercito romano di 90.000 uomini fu distrutto da Annibale; si rianimarono di gioia e di speranza quei sanniti che ancora ricordavano la sconfitta di Aquilonia.
I1 luoQo della battaglia che si dice di "Canne" è stato spostato verso il Fortore, secondo alcuni, e verso il Celone che scorre sotto Castelluccio Valmag`-'ore nelle vicinanze di Troia, secondo altri. Ma dimenticano Polibio che scrisse: "girrn.sem i consoli in vista dei nenrici e si accampnrono presso il f7rrtne Atrjiclo, che uttrcrì-erscr l'Appennino" (libro III, paragrafo 1 10). A Canne l'Ofanto si dilata tra rive a pelo d'acqua, dove cresce l'erba caprina e sbucano ciuffi di erica rossastra. A Canne 1'Ofanto travolse nelle sue acque il corpo del console Lucio Emilio Paolo. A Canne è stata scavata una tomba con uno scheletro e cinque teschi, intorno a cui è fiorita la leggenda del guerriero cartaginese che prima di morire avrebbe ucciso cinque romani, tutti sepolti in unica tomba, uniti per la morte dopo aver combattuto in vita. Nell'Antiquarium, ordinato in edificio moderno, è stato raccolto quel che si è trovato. Dopo Canne, Annibale risalì il fiume fino a Conza, dove fece riposare i suoi soldati. Passano sette secoli ed a Conza, sull'Ofanto, Ragnari concentra i suoi Goti per un'ultima resistenza a Narsete.
Sulla piccola altura di Canne è stata innalzata una colonna di tre metri, a ricordo della battaalia; una colonna solitaria nella malinconia della pianura. Nel tratto irpino, cime cupoliformi scendono dai declivi, dorsali arrotondate segnano frane e smottamenti, stradine seguono le creste dei rilievi, messi di un bel colore ciallo-oro coprono le colline, paesi si affacciano sulla valle e si guardano, querce robuste affondano le radici e spandono le chiome.